VENERDÌ 12 APRILE 2019 - PARLANO DI NOI

PREMIO FAUSTO ROSSANO – LA SALUTE AL CINEMA


Festival di cortometraggi e dibattiti



A cura di: Segreteria organizzativa
Fonte: artesettima.it

Per pura casualità è successo. Senza prevedere nulla, mi sono ritrovato in un luogo familiare in presenza di qualcosa di tanto sconosciuto quanto apprezzabile: il Premio Fausto Rossano per il Pieno Diritto alla Salute, tenutosi a Napoli dal 2 al 5 aprile.

Quante probabilità c’erano di recarmi a un convegno universitario e imbattermi in unfestival di cortometraggi e dibattiti, dedicati alla salute e alla comprensione della sofferenza psichica? Credo poche, eppure si è trattato di un’esperienza intensa e importante.

Il Premio è organizzato da Marco Rossano, sociologo visuale figlio di Fausto Rossano, psichiatra napoletano scomparso nel 2012, l’ultimo direttore dell’ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi e fautore di importanti azioni volte a responsabilizzare il rapporto tra città e follia, cambiando lo stigma che circondava “i pazzi”.

Attraverso il festival, giunto ormai al suo quinto anno, Marco si propone da un lato di celebrare la memoria di suo padre, e dall’altro di dare spazio a temi psicologici importanti, per stimolare un confronto critico sull’autismo, l’identità di genere, il bullismo, la ludopatia o la violenza.

Le proiezioni in concorso, italiane e straniere, sono state 200 e tutte nel loro piccolo contribuiscono a farci sentire in una posizione scomoda di fronte a fenomeni importanti, che richiedono di essere riconosciuti ed elaborati. Questo è un resoconto delle due giornate a cui ho assistito, le date finali del Premio Fausto Rossano.

 

Giovedì 4 aprile: Ludopatia e Alterità

Fausto Rossano

 

Chissà cosa avrebbe pensato Dostoevskij, ad assistere alla messa in scena del suo Giocatore ad opera di due attori (i bravissimi Sara Adami e Geremia Longobardo) in un’aula universitaria: non lo sappiamo, ma forse sarebbe stato fiero della risonanza che la sua opera ha provocato riguardo alla dipendenza da gioco d’azzardo.

In quell’aula universitaria ho trascorso tante ore del mio percorso in Psicologia, giunto ormai al rettilineo finale: ho imparato che quando i miei professori organizzano incontri come questo, esserci è meglio che “appendere”; da studente interessato al tema e al rapporto tra cinema e psicologia, molti spunti mi hanno attraversato sul piano del pensiero e delle emozioni.

I giovani e il gioco: tra passione e dipendenza, creatività e ritiro. Questo era il titolo dell’incontro, al quale oltre alla professoressa Valentina Boursier (psicologa clinica studiosa di nuove generazioni, del gioco e delle nuove dipendenze), Marco e ai due attori, hanno partecipato tanti studenti e un regista francese, Gaston Biwolé, che nel corso del pomeriggio ha presentato il piatto forte di giornata: il suo cortometraggio sulla ludopatia, dal titolo Hell Inside.

Questo “pugno nello stomaco“, come è stato definito dallo stesso regista, è la storia di un padre di famiglia borghese che finisce nel baratro della dipendenza del gioco d’azzardo: creando attorno a Sé il vuoto, arriva al punto da perdere il figlio fuori dal centro scommesse, per poi ritrovarlo morto qualche ora dopo.

L’atto finale che il disperato protagonista compie dona all’intera vicenda connotazioni ancora più tragiche: dopo aver sparato al proprietario della sala e al dipendente (lo stesso Gaston), uccide anche se stesso, nel tentativo di “rimuovere il marcio dal mondo”.

Biwolé e l’intero convegno hanno dato fastidio perché hanno presentato problematiche angoscianti, un po’ “alla Black Mirror“, e vanno apprezzati perché ci costringono ad affrontare il fatto che un bel po’ di cose sfuggono all’ordine sicuro e protettivo di una conoscenza razionale, che chiude nella scatola delle diagnosi soggettività “anormali, sventolando la bandiera stigmatizzante della Guarigione.

Il dibattito che ha seguito la proiezione è stato molto fecondo perché tutti ci siamo interrogati sul vero senso del gioco, sulla difficoltà ad incontrare Alterità che non sanno di avere un problema: toccando l’intreccio tra normalità e patologia, tra salute e sofferenza, questo corto entra a pieno titolo nell’ombrello del Premio Fausto Rossano e nell’interesse del Dipartimento Studi Umanistici della Federico II.

Fausto Rossano

In serata, animato da una profonda passione, ho deciso di proseguire questo viaggio e mi sono presentato all‘AvaNposto Numero Zero, vicino all’Università, dove sono stati proiettati alcuni corti del concorso: entrando nel vivo, ho apprezzato le capacità creative di registi italiani e stranieri, secondo me bravi ad affrontare argomenti pesanti con animo delicato.

Everything is fine di Avi Sidi; Happy Friday di José Aguilera; The Swimsuit season di Antonino Valvo; 9 su 10 di Andrea Baroni e The Silent Child di Chris Overton (vincitore anche di un Oscar): questi sono stati i corti (tutti dalla durata tra i 5 e i 20 minuti) che ho visionato, prima di lasciare che l’ansia dei trasporti pubblici di Napoli mi trascinasse via da questa felice oasi di espressività.

Il disturbo post-traumatico da stress (la freudiana nevrosi da guerra), l’eutanasia, l’obesità erano i temi dei primi tre corti: mantenendosi in equilibrio tra un’angoscia buia e il rischio di banalizzazione, i registi sono stati abili a trasmettere i vissuti dei protagonisti e le graduali evoluzioni narrative delle storie.

Andrea Baroni (nella foto con Marco Rossano) ha presentato il suo lavoro come una storia vera, legata alla difficoltà di accettare quei fatti della vita che non possiamo controllare: mentre i due bravissimi attori protagonisti si interrogavano sulla genitorialità, la gravidanza, il rischio di dover accettare un figlio autisticol’intero messaggio che il regista ha inteso trasmettere è che, se anche solo una è la cosa che abbiamo potere di scegliere nella vita, allora dobbiamo valorizzarla al massimo.

The Silent Child era la storia di una bambina sordomuta e delle sue naturali difficoltà ad interagire con il mondo: la famiglia nega inconsapevolmente il suo disturbo e la forza a vivere “normalmente”, mentre l’assistente sociale Joanne le insegna il linguaggio dei segni e un canale di comunicazione attraverso il quale essere riconosciuta. Il corto era toccante perché mi ha messo di fronte al pericolo di negare valore alla differenza, e l’ho apprezzato per il peso attribuito al contesto familiare della piccola protagonista.

Il bilancio di questa giornata è stato talmente positivo che quando sono tornato a casa, alle 22, ero determinato a partecipare anche alle proiezioni del giorno seguente, l’ultimo del Concorso.

 

Venerdì 5 aprile: Giovani espressività e la Premiazione serale

Fausto Rossano

Durante la mattina un’altra importante sessione del concorso ha avuto luogo: all’Officine Gomitoli (ex Lanificio a Napoli, sede della Onlus Dedalus), diverse opere realizzati da studenti delle scuole di Napoli sono state proiettate; si trattava di cortometraggi relativi principalmente a temi che nei corridoi di un istituto possono risaltare particolarmente, come la vergogna, il bullismo o l’identità di genere.

La creatività di questi giovani registi e attori è la cosa che mi ha colpito maggiormente: si sono messi in gioco con naturalezza, confrontandosi sul loro imbarazzo e sulle loro fragilità in maniera reale e al tempo stesso simbolica. Lo sforzo e l’impegno emergevano perché la collaborazione tra Marco, gli insegnanti e gli alunni è stata valorizzata dal vivo interesse che il progetto ha risvegliato.

La discussione successiva alle proiezioni è stata simpatica perché oltre a dare voce in prima persona ai piccoli attori, ha permesso a tutti di costruire insieme un momento di riflessione su aspetti che spesso nelle dinamiche scolastiche sono taciuti e possono diventare problemi: credo che grazie a questo Marco e il cinema abbiano dimostrato la loro capacità di simbolizzare la realtà e gli affetti negativi che essa può suscitare.

Al termine della mattinata, infatti, lo scroscio di applausi per il sociologo ha testimoniato l’intensità che il figlio di Fausto Rossano è riuscito a trasmettere a questi ragazzi attraverso il mezzo cinematografico, in grado di veicolare ed elaborare emozioni al punto da costruire nuovi legami.

Dopo un breve salto a casa, sempre più interessato al Concorso, ho preso parte all’ultima proiezione, che coincideva con la Premiazione, tenutasi nella splendida cornice offerta dal cinema Modernissimo, nel centro storico di Napoli. In questa occasione erano presenti, oltre ad alcuni membri della giuria che ha scelto i vincitori, anche numerosi registi e attori che le loro opere le hanno dedicate ad argomenti più o meno personali, con la consueta bravura che non ha reso pesante temi esistenziali.

Fausto Rossano

Nella foto ci sono i produttori di Per un pugno di banane (di Davide Forte), premiato come miglior progetto di laboratorio: è stato un corto molto divertente, che ha lavorato sul tema dell’inclusione in un’atmosfera di gioco genuino e gradevole, ambientando in un villaggio in stile Far West un matrimonio dall’esito imprevedibile.

Ad ottenere il primo premio come miglior cortometraggio è stato 9 su 10 di Andrea Baroni, che credo abbia commosso tutti per gli stessi motivi per cui la sera prima aveva appassionato me: rivedendolo, ho provato lo stesso piacevole fremito emotivo e ho confermato l’impressione che avevo avuto.

Il premio di miglior lungometraggio l’ha guadagnato Samosely di Fabrizio Bancale, un documentario su un gruppo di contadini ucraini che, dopo la terribile catastrofe nucleare dell’aprile 1986, hanno deciso di sfidare la sorte e continuare ad abitare le aree intorno a Černobyl’: la connotazione bucolica e serena contrastava fortemente con la rappresentazione ingenua che il senso comune ha di quelle terre.

Gli intervalli tra le proiezioni dei corti vincitori sono stati altrettanto piacevoli perché Marco e la conduttrice sono stati bravissimi a farci sentire tutti a nostro agio, intervistando attori, membri della giuria e i registi vincitori; mi ritengo fortunato ad essere stato lì perché fino in fondo ho avvertito la sensazione di essere capitato al posto giusto al momento giusto, pensando al convegno universitario del giorno prima.

Quando ho partecipato al buffet, che ha coronato la serata, con Valerio, un amico dell’università, ho deciso che dedicare spazio in un articolo a parte delle emozioni che ho vissuto durante questa breve esperienza sarebbe stato importante e bello: questo è il motivo del resoconto che ho steso, anche se ovviamente non rende giustizia alla ricchezza che Marco e il Premio Fausto Rossano hanno trasmesso a me e a tutti i presenti.

Complimenti e all’anno prossimo!

 
 
 


 


 

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